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siamo tutti badanti
Bestiario
Jul 17
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In una piccola città polacca stipata tra due chiese e due campanili color fango su fango viene trasposto un fatto di cronaca vera accaduto in Giappone, in Quattro notti con Anna. Un brucia-rifiuti d’ospedale (di un ospedale futura preda della razionalizzazione e della flessibilità, e dunque destinato al licenziamento) Leon Okrasa, che si era lasciato condannare nel passato per uno stupro non commesso ma solo osservato, si innamora di Anna, la vittima di quella violenza, che fa l’infermiera in quello stesso ospedale e ha il seno delle misure Russ Meyer. Ne spia dalla finestra ogni movimento con il binocolo, lavora di fino per trasformare il sonno di lei in un torpore veramente profondo, con quel metodo funesto (la polverina nelle bevande) che la «mala» usa per drogare le pollastre, finché, con stile Bresson e etica Kim Ki Duk, si introduce di notte nella sua cameretta per quattro volte. Lo accompagna solo il suo candore perverso e ossessionato, segnaletiche di morte che ne avvolgono la vista (la carcassa di una mucca morta sul fiume, i graffiti di impiccati sui muri, il ricordo della nonna sofferente e malata e di un quasi soffocamento subito in carcere), le urla continue e aggressive di sirene d’ambulanza e le armonie minimaliste (e terapeutiche) di Michal Lorenc: vedrà Anna sospirare e sognare nel buio, si inebrierà del suo odore, sfiorerà i suoi asciugamani, il suo gatto nero, i vestiti, le pulirà il pavimento, ne cucirà gli asciugamani sfilacciati, riparerà un orologio a cucù rotto, le regalerà indirettamente, dopo la festa di compleanno a cui non è stato invitato, infine, un anello di diamanti, sfilato al dito di una mano troncata, residuo di sala operatoria. Fino all’arresto, al processo, alla ovvia condanna (si condanna sempre il recidivo di crimini sessuali) e, momento più doloroso di tutti, al suo unico incontro con Anna. Che restituendole, turbata, l’anello, pronuncerà il suo definitivo «no».